La pensione di vecchiaia sembra la forma più lineare di uscita dal lavoro: raggiungi i requisiti, fai la domanda e inizi una nuova fase della vita.
Esiste però un aspetto che crea spesso dubbi ed errori di valutazione: il ruolo dei contributi figurativi. Se da un lato ti aiutano a raggiungere il diritto alla pensione, dall'altro non sempre incidono allo stesso modo sull'importo finale dell'assegno.
I requisiti di base per la pensione di vecchiaia
Per accedere alla pensione di vecchiaia occorrono:
67 anni di età
- almeno 20 anni di contributi
All'interno di questi 20 anni, tuttavia, non tutti i contributi hanno lo stesso peso!
Cosa sono i contributi figurativi
Sono periodi in cui non hai lavorato, ma che vengono comunque coperti dall'INPS ai fini pensionistici per non penalizzarti (senza un versamento diretto tuo o del datore di lavoro).
Rientrano tra questi i periodi di:
- disoccupazione (NASpI)
- malattia e infortunio
- maternità e congedi parentali
- Cassa Integrazione
Quanto valgono davvero?
I contributi figurativi sono validi per raggiungere la soglia dei 20 anni e possono fare la differenza tra maturare o meno il diritto alla pensione.
Il discorso cambia per l'importo finale dell'assegno: poiché la loro base di calcolo si riferisce alle retribuzioni precedenti, la resa economica non è sempre pari a quella dei periodi effettivamente lavorati.
Esempio pratico
Profilo A: 20 anni di contributi tutti da lavoro effettivo
- Profilo B: 15 anni da lavoro effettivo + 5 anni di contributi figurativi (es. NASpI)
Entrambi i profili maturano il diritto alla pensione, ma l'importo mensile dell'assegno può risultare differente.
Evitare gli errori di valutazione
Limitarsi a sommare gli anni di contributi è l'errore più comune: la pensione è una questione di quantità, ma soprattutto di qualità del monte contributivo.
Alcuni periodi figurativi possono presentare limiti di utilizzo, incidere in misura minore sul calcolo della prestazione o non essere utili per specifici canali di uscita previdenziale.
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