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Le imprese devono rispettare le regole, certo, ma anche le regole devono rispettare le imprese

“L’imprenditorialità, di qualunque tipo e ad ogni livello, rappresenta il più potente propulsore della crescita economica. Senza imprenditori non c’è crescita. Senza crescita non c’è occupazione e senza lavoro non c’è futuro.” Sono tre righe che sintetizzano al meglio l’importanza del “fare impresa” e sono state scritte da uno dei più rilevanti think tank europei.

Già, perché l’obiettivo di facilitare l’intraprendenza economica non è di parte, non riguarda soltanto un’Associazione di categoria come la nostra, ma ha una portata generale che coincide con un interesse collettivo.

Non è semplice aprire bottega, specie in Italia. E infatti è meno frequente di un tempo, persino nel (non più tanto) dinamico Nordest e nel nostro operoso Friuli. E’ un disturbo di cui conosciamo i sintomi, ma per cui è complicato elaborare una terapia e soprattutto arduo somministrare la cura. Per questo motivo la prognosi resta più che mai riservata.

Ci sono però due rimedi che ci permettiamo di raccomandare al paziente: uno riguarda le norme che regolano le nostre azioni, l’altro i valori che ispirano i nostri comportamenti.

Il primo ha a che fare con l’iper-regolamentazione che affligge ogni aspetto del lavoro e dell’azienda. Leggi, regolamenti e procedure burocratiche hanno raggiunto un livello di complessità tale da scoraggiare chiunque dal mettersi in proprio. Le imprese devono rispettare le regole, certo, ma anche le regole devono rispettare le imprese. Finché non si comprenderà la validità di questo principio continueremo a castrare l’intraprendenza, giungendo al paradosso di “semplificazioni” in grado di rendere ancora più complicata la vita degli imprenditori.

Il secondo principio ha a che fare con la cultura e i valori di un paese. Il 68% degli italiani non ha mai neppure pensato alla possibilità di mettersi in proprio. “Da grande farò l’imprenditore” è una frase quasi ignota al percorso formativo dei nostri giovani, dalla scuola primaria fino all’università. Non che la figura dell’imprenditore sia negativa; al contrario, appare desiderabile per due italiani su tre. Tuttavia questa scelta di vita sembra troppo rischiosa alla maggior parte delle persone o, più banalmente, le trova impreparate non avendo potuto sviluppare competenze adeguate, visto che tuttora l’educazione all’imprenditorialità resta marginale nei piani formativi delle scuole.

Viceversa, e contrariamente alle apparenze, le difficoltà che stiamo vivendo sul piano economico tracciano uno scenario tutt’altro che negativo. Molte aziende di successo sono nate proprio in periodi di stagnazione o addirittura recessione. Essere imprenditori significa vedere il futuro, il proprio e quello della comunità di cui si fa parte, e assumersi il rischio, la voglia e il piacere di lavorare per realizzarlo. Tutti i tempi sono perciò ideali per farlo, a condizione l’ambiente in cui il seme dello spirito imprenditoriale si trova a germinare sia favorevole. E in questo noi, associazioni di categoria, abbiamo un ruolo non meno importante della politica e delle istituzioni.

di Gian Luca Gortani - Segretario di Confartigianato-Imprese Udine
tratto da I/u - Gennaio-Febbraio 2017