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La sfida non è riportare in vita un passato che non tornerà

5 immagini. Non bastano per raccontare 50 anni di storia del Friuli. Aiutano però a riflettere sul passato, sui quarant’anni trascorsi dai terremoti del ’76 e su come l’artigianato, assieme a questo territorio, ha cambiato pelle.
Parliamo di ricostruzione e lo facciamo per ragionare sulla possibilità di ripartire, di descrivere la realtà che stiamo vivendo non più come “crisi di quello che c’era”, quanto piuttosto come anticipazione di quello che sta prendendo forma. Quella che chiamiamo ricostruzione, nel dopo-terremoto, solo in pochissimi casi ha ricreato tal quale quanto era stato distrutto. Il più delle volte si è rivelata un’opportunità, per quanto dolorosa e indesiderata, di accelerare un cambiamento già in atto, di incorporare il nuovo che allora stava avanzando.
Negli anni successivi a quella calamità, il Friuli ha utilizzato nuove tecnologie, ha visto nascere nuove imprese, ha modificato assetti sociali e stili di vita, ha contribuito a creare nuovi strumenti collettivi (si pensi alla Protezione civile) e fondato la sua università, al punto da essere additato come un originale “modello”.
La fotografia che testimonia le ferite della distruzione separa così l’artigianato del Friuli di prima, ancora in larga parte rurale, da quello successivo, protagonista di una rincorsa a far ripartire la produzione, prima ancora di riedificare le abitazioni. Passano più di trent’anni e quell’immagine di vitalità economica senza più botteghe e capannoni si confronta con quella attuale dei capannoni e delle botteghe oggi spesso senza più vitalità, vuoti e trasformati da una riserva di valore in un problema economico che grava sull’imprenditore, sulla sua famiglia, sugli enti locali e sul sistema finanziario. Da qui occorre partire per una nuova ricostruzione, una nuova ripartenza.
Ora come allora la sfida non è riportare in vita un passato che non tornerà. La sfida è quella di partire da ciò che siamo e ciò che abbiamo per incorporare i cambiamenti oggi in atto, siano essi tecnologici, sociali o culturali. Ci manca una scossa, tanto reale quanto ideale, che renda questa trasformazione immediatamente urgente e la sua direzione facilmente identificabile. Ciò significa che dovremo agire meno con la logica dell’emergenza e più con quella della prevenzione e della progettazione.
La quinta immagine, quella proiettata verso il futuro, descrive una bottega o un capannone, prima abbandonati, ora animati da un artigianato che ha saputo interpretare le nuove tecnologie e i nuovi modelli di vita e socializzazione. E’ già una fotografia attuale e per nulla immaginaria. E’ l’immagine di un artigianato che sa ricostruire se stesso e che ha già oggi tutte le energie per farlo, purché sappia interpretare i segnali che gli stanno attorno.

di Graziano Tilatti, presidente di Confartigianato-Imprese Udine
tratto da I/u - Settembre-Ottobre 2016